Complicità

Che se tu fossi alla metà

di una strada

ti rincorrerei

eppure che paura essere

ed esserci

insieme.

Paura di perdere

paura di fallire

paura di deludere ad ogni singolo passo

Paura che fa vivere e continuare

per non lasciarsi

per non lasciarmi

in balìa di me stessa

così oscura e tenebrosa

che a volte non so come risalire.

Mi fai esplorare il mondo al di fuori di me,

e così si rischiarano

i miei abissi.

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Dolcissima struggevolezza

mi strugge l’anima

questo amore

che logora

e rinvigorisce

le mie membra

a ritmo di movimenti

tuoi

sensuali e caldi

caldi d’amore

come vorrei che fossero sempre

così.

Acqua che scalda

vento impetuoso nel petto

le tue mani che delineano

ogni mia forma

interiore

e poi,

privi timori

questi brividi nel corpo.

Sei fermezza e fragilità

un onda per me

un onda io

che mi scaglio su di te

e questo tu e questo noi

che si deformano

e ogni volta è diversa

questa linea che ci confonde

e ci fa ritrovare

impreparati ed estasiati

ad ogni vibrazione inconsueta di questo sentimento

più grande delle nostre stesse fantasie.

Sempre più immenso,

che il cielo non può eguagliare

la forma dei nostri sguardi

penetranti

fino al tremore della mia schiena

ogni volta che mi guardi.

Trovarti è stata

una delle mie fortune più grandi.

Che banalità queste parole.

eppure non posso che pensare alla parola

immensità

se penso a te.

 

Non mi sono mai sentita interessante per qualcuno. Non mi sono mai sentita importante o detentrice di chissà quale caratteristica particolare. Sono sempre stata me stessa, e quando sono a mio agio sento la libertà di esprimermi con naturalezza. Però ci sono volte in cui l’essere me stessa stupisce gli altri. Mi rendo conto di stupire quando dimostro di essere un filo coraggiosa, sfrontata a volte, schietta, nella mia sincerità.

Perché è vero, non riesco a mentire e ho bisogno di far capire agli altri cosa penso di loro, nel bene e nel male. Quando sento che gli altri non mi possano capire velo le mie verità, le nascondo ai loro occhi ciechi di sé, ciechi di narcisismo e soggettività. Ma quando sento che potrebbe essere apprezzato il mio punto di vista, parere e opinione ecco, lì mi mostro. Ti mostro cosa vede la mia mente e mi espongo con il batticuore di chi si dichiara per la prima volta. Divento rossa e mi scoppia il viso di calore, ma eccomi. Quella sono io.

E quasi balbetto, a stento trovo le parole e i congiuntivi giusti ma ho voglia di espormi e lo faccio con la mia fragilità. Una fragilità distinta dall’insicurezza. Sono proprio in equilibrio, tra la sicurezza di ciò che dico e la possibilità che possa essere definita una stronzata. Eppure nessuno mi ha mai detto o fatto capire di aver detto stronzate in questi casi. Vero che sarebbe difficile farlo ma leggo negli occhi di chi mi ascolta l’interesse e la curiosità, quasi lo stupore di chi non aveva forse mai riflettuto su quel ragionamento. E lì, in quell’attimo di silenzio appena dopo aver finito, devo respirare, calmare il mio cuore che nel frattempo all’impazzata cercava di non scoppiare dietro alle mie parole tremolanti. Sento la soddisfazione di essermi espressa davanti a qualcuno che ho scelto in silenzio come pubblico per i miei sciocchi vaneggiamenti autoindotti.

Una scena di un film mi ci ha fatto riflettere. Vedevo quest’uomo a cui venne consegnata una scatola chiusa con dentro qualcosa di importante a tal punto da farlo quasi correre verso l’ufficio del direttore della testata giornalistica che, nel suo ufficio, discuteva sui nuovi risvolti della giornata e lì ho sentito quasi il suo respiro affannato, corto, i passi veloci e stentati di chi ha le gambe tremolanti dall’emozione e il battito accelerato di chi non sa esattamente cosa fare ma lo deve mostrare a chi è più importante di lui. Lì ho sentito l’emozione e mi ci sono sentita dentro. Vedevo me stessa avvicinarmi alla porta dell’ufficio e in un attimo davanti a quegli uomini – molto più importanti di me – concentrati e coinvolti in argomenti che in quel momento non sapevano essere vani e sciocchi di fronte a ciò che tenevo in mano. Ed eccomi in un attimo lì ad appoggiare silenziosamente la scatola sul tavolo, nonostante l’avviso di uscire e la risposta vaga di chi non vuol essere disturbato. A niente mi servono gli sguardi infastiditi e le scuse poste da coloro che d’improvviso si trovano ad essere il mio pubblico. Niente, state zitti, state a vedere qui cosa ho per voi. Lo sguardo basso verso la scatola che potrebbe pure essere d’oro per me in questo momento, da tanta attenzione e cura che le sto dedicando, lo sguardo concentrato e il pallore che mi fa scoppiare le vene delle tempie, un fischio nelle orecchie e indietreggio. Non guardo in faccia ma indico la scatola, con gli occhi e un dito, poi con tutta la mano, fino a che, arresi non guarderebbero più me ma la scatola. E allora apritela.

La aprono e stupiti si concentrerebbero su di essa. Ed eccomi uscire silenziosamente come sono entrata, ascoltando da lontano le loro voci e le frasi di stupore che gli ho lasciato. Farei così. E invece quel grassoccio giornalista non lo ha fatto.

Per un attimo, nella mia testa ho sconvolto la scena e lì dentro c’ero io.

Luna

Vibrazioni intense

scosse che si infilano nel mio corpo ad ogni tocco

luce che entra ad ogni spiraglio.

La luna dietro di me che ti illumina la pelle,

il mare in sottofondo che ci scuote l’animo,

la brezza di una notte di fine estate,

e noi abbracciati su un balcone.

Brividi infiniti

la voglia di toccarsi tanto da non dover staccarsi più.

Le curve sinuose delle nostre emozioni illuminate dalla luna piena su un mare nero.

Nero come il petrolio denso che mi doni ad ogni sguardo, carezza.

Ci siamo trovati per caso

e il caso con me non è mai stato così gentile.

 

Guardarti

piangi,

lacrime dolci, amare, di muschio e menta,

profumo di gelsomino,

i tuoi occhi,

una selva che intriga e mi nasconde

dalle paure e dai malanni.

Occhi di corteccia, saldi

ma che sciolgono le mie membra

ad ogni sguardo.

Piangi e mi uccidi

mi fai morire dentro.

Un dolore ineguagliabile

che ha creato così tanta bellezza.

Mi commuovo anche senza averti vicino,

mi commuovo pensandoti.

Cosa sei non lo so.

Cosa sono io con te non lo so.

Ciò che sto imparando a conoscere sei tu dentro di me,

e io dentro di te.

Conosciamoci e non perdiamoci,

senza timori,

asciugami le lacrime con il sole dei tuoi occhi.

Siamo

impariamo a guardarci

e a vederci così simili

tanto da sentirci uguali

tanto che non mi mette angoscia o paura.

Con te non esistono, esistiamo io e te

singoli e uniti,

io, te, noi

distinti, divisi ma uguali

cresciamo ogni giorno e ogni giorno è 100 e 100,

in un equilibrio con due pesi enormi ma che di pesante non hanno nulla.

Anche il fuoco vincerei, per rivedere te

Mai sentita così inebriata, coinvolta.

Le tue mani che mi prendevano il viso prende mi baciavi e le mie gambe che volavano lontano, i brividi mi spezzavano le forze.

Un profumo che ha la forza di eliminare il mondo.

Un tocco leggero che ha la potenza di far sentire addirittura la divisione tra quei fili di capelli.

Sentire che la perfezione esiste nello spazio che non c’è tra due paia di labbra rosse.

Guardarti mentre la tua testa ti porta altrove e chissà cosa avrei dato per entrarci dentro.

Sguazzare nella melma, nelle alghe nere, oscure, penetranti come quelle che escono dai tuoi occhi. Danzanti e carezzevoli, quelle che mi hanno solleticato i pensieri delicatamente per poi rapirmi nei meandri dei tuoi pensieri, così lugubri e profondi.

Oscuri, eppure a me schiarivi tutto.

Non ho ancora capito se mi sono innamorata, se la mia fosse una semplice cotta o chissà, mi hai distrutta e ricostruita, mentre io stavo ferma in balia del tuo sorriso lontano, lontanissimo, che avrei voluto vicino a me.

Fascino incantevole d’un uomo povero e inconsapevole di poter far tutto con quello che si ritrova e si perde in un bicchiere d’acqua. Si perde nell’oscurità dei propri malanni, ingegni, occupazioni.

Cos’è davvero importante per te?

Dove non sono

Inconcludente lo spazio tra me

e te

Quando non ci sei non so chi sono

e chi sei tu

non ci siamo

eppure sei acqua per le mie membra

sei oasi nella siccità

sei il respiro dopo l’apnea

e la pace dopo la fatica.

Eppure non riesco ad afferrarti e tu

non afferri me.

Parallele linee tra i confini

vuoti e pieni

d’una terra di mezzo

tra i cosmi lontani

Defibrillatore.

Ho saputo della tua scomparsa, mi hai ucciso una parte di cuore, lasciando questo mondo. Tu, giovane fragile che sei cresciuto con me. Tu con i desideri negli occhi, occhi scuri che non ho mai saputo decifrare, senza sfumature, scuri come la tua pelle così liscia. Sei stato la prima persona dalla pelle scura che, così piccola, ho potuto conoscere. Giochi, risate, corse per i prati e divertimenti. Domande sulle tue cicatrici sul viso “Chi te le ha fatte?” “Perché?”. Quanti sguardi ti avrò lanciato, nell’innocente ignoranza infantile che vede una persona con una pelle completamente diversa dalla propria.

Mi sei sempre stato amico e io ti sono sempre stata amica. Alla fine crescendo insieme ci si sente pure fratelli. Lasciamo stare le piccole infatuazioni adolescenziali, lasciamo stare i miei rifiuti alle tue attenzioni. Ricordi lontani di piccole cotte estive, in cui non si sapeva ancora cos’era l’amore, cos’era conoscere una persona, innamorarsi.

Lasciamo stare tutto.

Penso a te e alla tua morte, mi sento a pezzi, perché non credo nel destino, nelle coincidenze e nei percorsi già scritti. Non ci credo perché tutto ciò che viviamo e ci accade è una responsabilità prima di tutto nostra, poi degli altri. Ci siamo noi e le nostre decisioni, noi a contatto con noi stessi, di fronte alle regole, i desideri, gli obiettivi e le distrazioni, le gioie che desideriamo e quelle che vogliamo ricordare.

Viviamo nel presente e la morte ti entra dentro in un attimo senza che tu ti renda conto di aver fatto la scelta sbagliata. Proprio oggi penso mi sia scivolata addosso, mentre alla guida mi sono distratta. Ero io, eppure si pensa sempre che morendo di una morte orribile la colpa non sia tua. Ma del fato, delle coincidenze. “Se non fossi stato lì”, “Se non fosse passata quella macchina in quel momento”, “Se fossi rimasto a casa”.

Se non avessi deciso di fare il bagno quella sera, e se non avessi bevuto quella birra..“.

Con questi se tu oggi saresti ancora qui. Eppure non ci sei, perché in quel momento vivevi come sto vivendo io e stiamo vivendo tutti, e credevi di essere nel giusto e di agire in modo consapevole. Ed è stato così effettivamente. Ma il freddo, l’acqua e la natura hanno fatto quello che fanno sempre, e ti hanno spinto giù. Verso la mancanza d’aria, verso una morte terribile in cui ti accorgi di morire e non vuoi, in cui vuoi respirare e respiri solo acqua.

Sei il mio primo amico nero. Sei il mio primo amico che si è innamorato di me. Sei il mio primo amico che muore giovane. E un po’ di noi, ricordandoti, muore con te.

Insegnaci ad apprezzare la vita e a non distrarci. Insegnami.

Tua, per sempre.

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