Accanto a me.

Mi passi vicino. Occhi negli occhi. Hai fretta, tieni ben stretti dei sacchi di un colore solo, sono pieni, li porti sulla schiena. Più avanti cammini davanti a me e hai la schiena piegata per una cosa pesantissima a cui sono appesi orecchini, bracciali, occhiali e tutto quello che devi vendere per finire la giornata. E’ più grande di te ma è tutto quello che hai, perché hai appesa addosso anche un’espressione determinata, di chi non è disposto a fermarsi.

Indossi un tipo di cappello che ti vedo spesso, ma poco più avanti non ce l’hai più, prima ne avevi uno bianco, poi nero e uno forse blu, di quelli con la visiera che ci si mette per proteggersi dal caldo, anche se a me sembra che lo porti pure quando di caldo non ce n’è. Hai la pelle più scura della mia, i lineamenti di un popolo diverso, l’espressione di chi non ha la vita facile. Anche i tuoi occhi sono scuri, come la terra su cui hai camminato, forse da bambino, o forse non lo hai fatto tu ma i tuoi genitori. I genitori, la tua famiglia. Chissà dove si trovano finché tu sei qui, a sopravvivere. E se li pensi, finché cammini così veloce, senza guardarti intorno, come se sapessi a memoria queste strade. Chi lo sa cosa ti ha portato fino a qui, ad avere a che fare con certi legami, affari, persone. Chissà quanta difficoltà, sofferenza, coraggio, paura, hanno segnato e solcato la pelle del tuo viso. Hai le rughe, ma solo perché è la vita che ti ha piegato.

Ecco, ora mi sfrecci accanto con la tua bicicletta, hai la pelle olivastra e hai forse la mia età, mi guardi e hai gli occhi così grandi che mi spiazzano, e quasi mi dimentico di finire di attraversare la strada. Dove stai andando, tu, giovane, in queste strade che non offrono nulla a quelli come noi? Dove vai? Perché non siamo uguali? Perché non ti trovo in università, al bar con gli amici, a scegliere un libro in biblioteca?

Ora sei con gli amici che confabuli di chissà che cosa e poco più in là ti vedo costretto ad indossare un cerchietto con le antenne di babbo natale sulla testa, in mano ne hai una dozzina, ma in viso vendi uno sguardo assente, senza vita, come se le lucine elettriche che provengono da quei pupazzi fossero l’unica forma di vita che hai addosso in questo momento. E ti vedo costretto a sorridere a chi ti passa vicino, pensando forse a quanti ne dovrai vendere entro la fine di questa giornata, una come tante, una come troppe.

Osservo di sfuggita la scena mentre aiuti un altro a sistemare una piccola bancarella di cianfrusaglie di plastica colorata e parlate ad alta voce, poi sei solo, e cammini con uno sguardo senza interesse di chi non sa dove andare, con una giacca più grande del tuo corpo da adolescente.

Mi chiedo come fai ad inserirti e a sentirti integrato in questo paese che ti accoglie ma non ti accoglie allo stesso tempo, come fai ogni giorno a ritagliarti il tuo posto nel mondo, in un mondo in cui devi lottare per i tuoi diritti e cercare un modo per vivere e far vivere i tuoi cari. Anche se vendi custodie per telefoni, orologi finti, vestiti usati, seduto su un gradino a guardare la luce alzarsi per poi svanire dietro l’orizzonte.

Poco dopo hai una pelle scurissima, e chissà come hai avuto quelle scarpe, o quella sigaretta, che tieni in mano appoggiato alla ringhiera. E dov’è il tuo sorriso, che ti hanno nascosto nel fango delle paure, sotterrato assieme alla tua dignità? Chissà chi ti ha dato in mano quella borsa e ti ha detto “Vendi”. O se ti sei mai sentito a casa, qui, in questa città. Chissà come hai imparato le poche parole in italiano che conosci, e se sei arrivato qui solo o con un conoscente, con l’aiuto di qualche amico o, forse, con la tua famiglia. Chissà se la gente qui è gentile con te, e com’è stato il tuo primo giorno in questo Paese.

E chi sa se era questa l’Italia che ti aspettavi.

Sei qui, sei accanto a me, ovunque io vada. Mi sei vicino ed io sono così incapace di aiutarti. Tanto che me ne vergogno. Mi vergogno di indossare tutte queste cose della mia taglia, del colore che mi piace, vestiti non usati da altri, con i soldi che ho avuto grazie ad un lavoro in regola e sicuro, compreso di assicurazione. Mi vergogno, e a malapena riesco a sostenere il tuo sguardo.

Vite al limite.

Vite al limite. Al limite della decenza, della legalità, della dignità, della vita, ad un passo dalla morte. Al limite dell’umanità, al limite della vergogna, al limite perché sottomesse. Sottomesse dal vizio, dall’educazione sottovalutata, dal sistema sopravvalutato, dalla vita dimenticata. Dalle scelte, dagli sbagli, dalle promesse e dalle scommesse. Dagli amori, dagli affetti, dalla fedeltà, dalla vendetta, dall’incoerenza, dalla difesa, dal risentimento, dalla mancanza di dialogo, dalla voglia scappare, urlare, ribellarsi, dimenticare se stessi per un pezzo di pane, per la propria compagna, amica, sorella, madre, figlia, nemica. Dimenticare tutto ciò che si ha  o aggrapparsi con tutta la propria forza ad esso per difendere un ideale, uno scopo, una ragione di vita, una persona.

Vite al limite delle sbarre, quando le sbarre sono solo un piccolo e sottile limite che le divide dalla loro vita precedente. Quando le sbarre non aiutano a migliorare, a guardarsi dentro e a riscoprirsi o a maledire tutto il sistema interno perché tutto è fatto di ineguaglianza e patti e alleanze e discriminazioni, tra guardie e detenuti/e, tra detenuti/e stesse, tra esterni e guardie, tra esterni e direttori del carcere, esterni e detenuti/e. E tutto all’ennesima potenza, perché o si vince o si perde, niente vie di mezzo. Quando si entra si entra in un sistema già formato a cui non si può dire no, si può solo dire “Va bene, provo a sopravviverci”.

C’è chi non ce la fa, c’è chi non riesce nemmeno a esprimerlo a chi sta fuori, chi lo nega e non lo accetta, e poi c’è chi ci vuole ritornare, lì dentro, tanto è il senso di smarrimento che si ha una volta usciti. C’è chi si toglie la vita per scappare, chi resiste e vive, e trova una via per rimanere umana/o in tutto quel caos. C’è chi è lì per un fraintendimento, per un errore, pura coincidenza, o chi è lì ma ci doveva essere già da prima, perché è stato bravo a nascondersi, chi è lì per scelta, per coraggio, o per paura.

Non conosco il mondo del carcere e forse queste sono tutte scemate che ho assorbito attraverso l’unico mezzo che in questi mesi ho avuto a disposizione per conoscerlo: una serie tv.

Una serie tv che, oltre a tutto ciò che riproduce di inventato, gli avvenimenti particolari, le vite diverse di ogni singolo individuo che costituisce il grande universo carcerario, credo voglia far capire qualcosa. Mandare un messaggio a tutti noi. Credo che dietro a ciò che ci viene proposto, come una serie anche piuttosto divertente, ci sia qualcosa che ci parla, ci chiama e ci bussa sulla spalla. Ci dice che da qualche parte, nel mondo, non importa dove, non importa quando, ci sono state, ci sono e ci saranno sempre vittime della violenza carceraria, di torture, stupri, assassinii, discriminazioni razziali, discriminazioni sessuali.

E’ una voce scomoda, che sconvolge, e che non vogliamo sentire. Ma tutto questo esiste. E ci sono persone come noi, che ora, in questo momento, oggi, vedono i loro diritti violati, dimenticati, sotterrati da un sistema che li ritiene di poco conto, anzi inesistenti, perché appartengono a persone che hanno commesso un crimine.

E chi commette un crimine può essere considerata una persona? Forse sì, forse no, comunque gente che non ha nemmeno il diritto ad un paio di pantaloni.

 

Un’innocente filosofia.

Forse non l’ho detto, sono una ragazza di ventidue anni. Quell’età in cui si è già usciti dall’adolescenza e si cerca di vivere nel mondo degli adulti, il quale per me ha ancora un aurea nebulosa, in cui non riesco (e non voglio) addentrarmi.

Ho ventidue anni, dicevo, e non mi sento parte di una specifica fascia di età, né, se è per questo di un gruppo particolare di persone. Ho spesso la sensazione di essere anomala rispetto agli individui che mi circondano: alcune volte sento che manco di qualche caratteristica o mi serve un punto di appiglio, un argomento, un passatempo in comune a cui posso aggrapparmi per sentirmi parte di un gruppo di persone.

Spesso vorrei inserirmi e allo stesso tempo isolarmi. Perchè?

Mi sento talmente diversa eppure così uguale a come ero da adolescente: una ragazzina riflessiva, timida, con tanta voglia di realizzare i propri sogni, con i sentimenti che escono solo sulla carta, romantica e poco compresa dalle persone vicine. Tanto che la domanda che martellava continuamente il mio pensiero era: “Che cosa c’è che non va in me?”. La risposta che trovavo sempre era nelle parole “forse penso troppo”.

C’è chi mi ha fatto capire che pensare tanto non è sbagliato, anzi, è addirittura meglio di parlare. Pensare allena la tua mente a riflettere prima di agire. In quel momento alleni te stesso a comprenderti e a migliorarti.Sempre di più.

Sarà, ma a me è piaciuto ciò che mi hanno detto. Mi sono affezionata a queste parole, e mi piacevano talmente tanto che mi sono appassionata a chi, come me, voleva fare del pensiero una cosa grande. La filosofia.

Per questo mi sento diversa e uguale a come da ragazzina affrontavo il mondo: lo guardavo e riflettevo, come faccio ora, ascoltando le mille bocche da cui escono parole e mi meraviglio. Mi meraviglio di come le persone possano creare tanto rumore e si sentano realizzati quando parlano di ciò in cui credono, di ciò che vedono e li appassiona, e litighino, e si divertano, in tutto questo esprimersi.

Li guardo e mi sento in una bolla di osservazione, perchè io mi realizzo quando capisco, quando comprendo e provo a immedesimarmi. Ma se chiedete la mia opinione sarò ben felice di esprimermi, se non mi interrompete e se ascolterete anche voi.

 

 

In nome di un prato verde.

Ciò di cui siamo alla costante ricerca (ne sono convinta) è essere felici. E’ in nome di questo principio che compiamo le scelte di ogni giorno, seppur minime e inconsistenti ai nostri occhi. E’ in nome della felicità che scegliamo le persone con cui passare il nostro tempo, quelle con cui decidiamo di costruire relazioni forti; in nome della felicità se decidiamo di sforzarci fino in fondo in un obiettivo anche se comporta sacrifici e dolori. Molti riescono a sopravvivere alle avversità, a situazioni spiacevoli, ad alcune perdite e a molte sconfitte. Altri non ci riescono, perché restano sopraffatti dalle forze che sembrano volerli fermare. In questa corsa infinita. In cui si vive e si vuole il proprio prato verde. Perché il prato di chi è felice è verde, non secco e incurato.

La vita della maggior parte degli essere umani è incentrata su questo, e senza esagerare potrei dire di tutti, ma non mi piace generalizzare. Per cosa viviamo se non per soddisfare quel sentimento recondito, quel desiderio che spesso non riusciamo a comprendere, di trovare finalmente la soddisfazione di ogni nostro sforzo e vivere felici, se mai lo si potrà fare? E vivere pienamente questa sensazione di felicità, e più a lungo possibile?

Sappiamo anche che ognuno di noi ha bisogni, desideri e gusti differenti, e che quella felicità (chiamatelo benessere, successo, vocazione o come vogliate) fantomatica che andiamo tutti ricercando si può trovare in entità diverse. C’è chi capisce di trovarla nella fede in Dio, nella famiglia, nel lavoro, nella natura, nel proprio partner, nella fama, nei soldi, e chi più ne ha più ne metta.

Ecco, se riusciamo ad accettare tali presupposti, io non capisco cosa succede. Cosa succede in chi non riesce a riconoscere la diversità e ad accettarla. Date le nostre vite così diverse, chi siamo noi, per giudicare ciò che è giusto e sbagliato in un’altra vita diversa dalla nostra? E come possiamo sentirci in grado di poter decidere cosa può e non può fare chi è diverso da noi nel cercare ciò che più gli piace?

Sì, sto parlando di omosessualità, perché sono stanca. Qualche giorno fa ho dovuto spiegare a mia madre perché le coppie omosessuali dovrebbero avere il diritto di sposarsi e costruire una famiglia. Mi sono trovata nella situazione di dover dare spiegazioni ad una realtà così evidente. E non perché mia madre sia contraria. Ma perché sentir parlare di famiglie diverse da quella a cui da sempre è stata abituata, a lei sembra ancora insolito, e strano, e difficile da comprendere.

Lo posso capire. Posso immedesimarmi nella difficoltà di pensare ed osservare in modo diverso ciò che da sempre si è visto (e ci hanno fatto vedere) come normale.

Non riesco però a comprendere chi si chiude e non accetta che può sbagliarsi, che può esistere una realtà diversa, e che è sempre esistita ma non è mai stata considerata importante e degna di diritti (e doveri). Non riesco a capire coloro che cercano di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, pretendendo di avere la verità in tasca. Coloro che non riescono ad immedesimarsi, a mettersi nei panni di chi ha meno diritti di loro.

Gli unici esperti in ciò che noi abbiamo bisogno per la nostra felicità siamo noi. Dovremmo avere tutti il diritto di avere il prato verde, di prenderci cura di esso come meglio crediamo, perché in fondo, anche se mille manuali e tutti gli esperti agricoltori, agronomi e scienziati sanno dirci come andrebbe trattato, solo noi sappiamo la sua storia. La nostra storia, che ci ha portati fin qui, e che ci ha fatti cambiare.

Solo noi conviviamo ogni giorno con il nostro prato, con il bello e il cattivo tempo. E solo i nostri occhi e il nostro cuore sanno interpretare il suo verde.

Perché non importa il modo che troviamo per essere felici. Basta esserlo. Basta esserlo senza togliere nulla agli altri e alla ricerca altrui.

Facciamola finita. Smettiamola con questa (ormai) vecchia storia di chiudere le persone e le loro scelte in scompartimenti stagni e fare finta di dimenticarcene. Difendiamo la libertà di tutti di decidere per la propria vita, la libertà di essere felice come si crede e si sente.

 

Trento non è stata il nido del terrorismo delle BR.

Spesso mi succede, parlando dei miei studi nella città di Trento con chi ha un po’ più del doppio della mia età, e che quindi ha vissuto gli anni ’70 in Italia, di incorrere spesso in frasi di questo tipo:”Ah Trento, non è la città dove sono nate le Brigate Rosse?” “Si vabbè, non sono nate lì ma è a Trento che si sono formati i soggetti che le hanno fondate”.

Mi piacerebbe chiarire alcuni di questi equivoci. E non lo faccio per difendere la città di Trento dall’accusa di essere stata la potenziale nicchia di insediamento di soggetti eversivi e pericolosi (non sono interessata a tale difesa, anche perché credo che questa città sia stata troppo chiusa all’epoca e non credo si meriterebbe di essere apprezzata nelle decisioni che prese nei confronti dei cambiamenti che stavano avvenendo in essa). Lo faccio in onore della Storia, che merita una precisa contestualizzazione degli eventi, dei loro soggetti, delle loro cause e delle loro conseguenze.

A Trento non nacque l’organizzazione delle Brigate Rosse ma il Movimento Studentesco, il quale, prima volto al riconoscimento del diploma di laurea in Sociologia (chi studiava nel nuovo Istituto superiore delle scienze sociali non vedeva il proprio percorso riconosciuto con il conseguimento di una laurea), proseguì le sue proteste contro il sistema autoritario dell’istruzione, riconoscendo sempre di più le contraddizioni di un sistema scolastico basato sulle decisioni di una parte sola: gli insegnanti.

A Trento la lotta degli studenti seguiva tra gli altri il principio secondo il quale il percorso di studio dev’essere concordato tra studenti e docenti, e non monopolizzato solo dai secondi. Questo spinse alcuni giovani quali Rostagno, Duccio Berio e Renato Curcio a partire per Roma a cercare di far valere i propri diritti.

Chi visse gli anni del Movimento ricorda bene l’aria che si respirava a Trento: era un’università in cui le tensioni e le esigenze di rinnovamento che crescevano trovavano la modalità di esprimersi. Ciò che trovo importante sottolineare, ribadire, ricordare e ripetere è questo: le modalità con cui si esprimeva il Movimento Studentesco non erano assolutamente violente.

La violenza fu quella delle incursioni della Polizia nello sgombrare le occupazioni dell’istituto e delle diverse precauzioni prese in considerazione in difesa della quiete cittadina (tanto amata e difesa a denti stretti dai cittadini trentini anche oggi) nei confronti degli studenti. La “lotta furibonda” di cui parla R. Curcio in A viso aperto non è una protesta fisica, attuata attraverso molotov, fumogeni o chissà che altro. Quelle fanno parte degli anni ’70, come ci ricorda Concetto Vecchio nei suoi meritevolissimi saggi editi da BUR (Vietato obbedire Ali di piombo).

 Nella città di Trento non ha avuto origine alcuna forma di lotta politica violenta. Nella città di Trento non è nato il terrorismo. E non ci sono state qui nemmeno le premesse, di alcuna iniziativa terroristica.

Credo che le Brigate Rosse siano piuttosto nate da soggetti che vissero in un’epoca di profonde contraddizioni e che scelsero di non stare fermi a guardare. Una scelta tuttavia, a mio parere, esagerata, quella di proseguire con la lotta armata.

Non ritengo corretto affermare che Trento e il suo clima di cambiamento e protesta abbiano gettato le basi per un’azione violenta. Anche perchè inizialmente il gruppo che fondò poi le Brigate Rosse non era intenzionato a ricorrere alla violenza. Di seguito le parole di Renato Curcio nel già citato A viso aperto:

Il nostro discorso sulla lotta armata e i primi interventi di “propaganda armata” nacquero dall’impossibilità di proseguire con i vecchi metodi collettivi e assembleari, e dall’esigenza di dotarci di nuovi strumenti per far sentire la nostra presenza in una situazione di scontro sociale esasperato come quello di allora.

In pratica avete deciso di compiere attentati per far sapere che esistevate?

Non è esattamente così. I micro-attentati servivano a sottolineare la nostra presenza, ma anche a rendere più efficace e credibile i discorsi politici che portavamo avanti attraverso il volantinaggio e il lavoro in fabbrica. E poi sentivamo che era necessario inventare qualcosa di nuovo.

[…]

La guerra di classe come ultima guerra: era questa l’idea che stava a fondamento della nostra morale rivoluzionaria. Un’etica, quella brigatista di allora, che, forse ingenuamente, accettava il ricorso alla violenza come soluzione estrema per conquistare una società utopica dove la violenza sarebbe stata bandita definitivamente.

Nonostante tutto, i tentativi, le persone uccise, per sbaglio o consapevolmente, ai fini di questa utopica società perfetta, non valsero a realizzare i desideri brigatisti di allora. La violenza non bastò.

Tutte queste digressioni vogliono esprimere che l’intuizione di far maturare la protesta politica in protesta armata nacque dopo Trento e con motivazioni ben diverse da quelle che spinsero le rivolte del Movimento Studentesco. Certo, Curcio visse a Trento e studiò Sociologia negli anni delle proteste, ma non ritengo che ciò sia direttamente collegato alla strada che scelse poi di condurre assieme alla sua compagna di corso, di vita (e poi di lotta), Margherita Cagol, Franceschini e agli altri.

Le prime assemblee con gli operai, la convinzione di dover trovare un metodo efficace per ottenere il rispetto da parte dei capi di fabbrica prima di tutto, e poi l’attenzione da parte dello Stato, nacque in un secondo momento rispetto alla formazione ideologico-marxista di Renato Curcio.

Ma sono disposta a mettere in discussione la mia opinione. Sono per la libera espressione la libera critica.

 

 

Cosa importa: siamo solo donne.

Sono una donna.

Mi piace essere donna, nonostante alcune difficoltà.

Ho sempre fantasticato su come sarei stata se fossi nata uomo. Non ho una risposta, sinceramente, non la troverò mai, forse. Ma fino ad ora ho potuto conoscere gli aspetti più femminili e quelli più maschili della mia personalità. Ma poi, possiamo ancora parlare di maschile e femminile? Datemi voi una risposta.

Io vivo e osservo da donna: ciò non significa che mi contrappongo a quello che si identifica come genere maschile, ma che spesso il mio sguardo è influenzato dalle reazioni che il mio aspetto esteriore, quindi il mio sesso, scatenano negli altri.

Premesso, quindi, che si parta da un presupposto che non ha una parte, che non prenda posizioni prima di conoscere (me lo concedano gli studiosi di ermeneutica), mi accingo a sottolineare quelle che sono le difficoltà che spesso incontro nell’esser donna, lasciando in pace finalmente gli infiniti disagi fisici maledetti copiosamente dai soggetti in questione.

Mi piace essere Donna, dicevo, nonostante tutto.

Nonostante le occhiate di uomini attempati e non, che si permettono di squadrare il tuo corpo da cima a fondo, mentre sai che ti stanno spogliando con gli occhi, neanche fossi un poster di Belen. Neanche gli avessi dato modo di far pensare a te come un poster di Belen.

Nonostante pensi di avere gli occhi sopra il naso e non all’altezza del petto. Ma forse è un errore, il nostro.

Nonostante chi ti passa a fianco si permetta di toccarti. I fianchi, i capelli, le gambe, il fondoschiena. Non sono un cane: non ti lecco le mani (o qualcos’altro) se mi accarezzi.

Mi piace essere donna, nonostante ci sia chi si sente libero di fare commenti davanti a me su di me, o di farli da dietro credendo che non lo sappia, o battute sessiste, o proposte impensabili. Chi dovrebbe rispettarti come collega, parente, conoscente, amica, dipendente, cliente, moglie o fidanzata. O semplicemente come donna. Meglio ancora come persona.

Perché non tutte si lusingano con questi atteggiamenti. Non tutte si sentono apprezzate, così.

Molte altre vorrebbero scappare, ogni volta, rispondervi male, reagire bruscamente, volgarmente e con enfasi. Perché in quei momenti ci sente un oggetto, una nullità, un mero corpo. Anzi, peggio.

Cosa importa se in quei momenti vorresti strapparti tutto, vorresti essere uomo, addirittura. Vorresti lavorare senza essere discriminata, vorresti che le persone ti apprezzassero per ciò che fai, per come lo fai, e non per ciò che sei, appari.

Cosa importa. Sei donna. Ti ci devi abituare, ti dicono (di solito gli uomini). Sei bella – ti dicono – è normale. Sempre gli uomini.

Per sentirsi la coscienza pulita. Per difendere il genere maschile.

Non voglio concludere dicendo quanto siano forti le donne nel reagire ogni volta, sia cortesemente che sgarbatamente. Voglio concludere sostenendo che non dovremmo reagire, perché non dovrebbero esserci i motivi per farlo. Non dovrebbero esserci uomini che si permettono ancora oggi di compiere sessismi.

Non dovrebbero le donne desiderare di non essere ciò che sono. Nessuno lo merita. Neanche voi.

 

 

[Immagine di @ppennylane , tramite Instagram]

Riflessioni su Dancer in the Dark. (solo se lo avete già visto)

960.jpgAncora con il nodo alla gola cerco di chiarire le impressioni che la mia stanchezza rende confuse.

Stavo scoppiando in lacrime ma finalmente il film è finito e le luci si sono accese. Mi sono fatta scoprire lo stesso ma se fossi stata sola avrei pure singhiozzato.

Pensavo che una madre non può morire perché protegge il proprio figlio da una malattia. Una donna che vive la propria vita per risparmiare quei soldi, per il figlio. E morire per una legge che la dichiara colpevole senza prima difenderla nel modo adeguato. L’amore incondizionato può essere pericoloso, può accecare.

Che buffo, la malattia era proprio la cecità. Quella madre cieca ha ucciso l’uomo che le aveva rubato i soldi che servivano per l’operazione del figlio, affetto dalla stessa malattia. Non c’era nessuno che poteva difenderla e lei ha deciso di non confessare tutto quello che si erano detti lei e quell’uomo, per non tradire la parola data.

Una domanda si infila tra i rami che si stanno creando nella mia testa: un amore incondizionato per il figlio, un amore che ci rende addirittura disposti a liberarci di chi cerca di impedire di salvare la persona amata, questo amore, dicevo, può considerarsi davvero amore o a questo punto è malattia? In fondo quell’uomo povero le aveva chiesto di ucciderlo per finire le sue pene. Quanto può essere colpevole? E quanto può capire un popolo in cui vige la legge del “dente per dente” delle motivazioni che possono portare una persona a fare questo?  I morti non parlano, non lo fanno né le vittime né gli uccisori delle vittime.

Come si capisce il valore del perdono se la famiglia della vittima assiste all’uccisione dell’assassino? Colmeranno il vuoto della perdita?  Lo stesso vuoto che si formerà da qualche altra parte, nei cari del neo-morto?

Che peso ha il tempo in una stanza dove muore una persona? E come si respira quell’aria? Dove si trova il coraggio di essere presenti e coscienti e secondo la propria volontà all’evento così intimo di una persona che muore? Con quale coraggio la si priva della dignità di morire senza un minimo di riguardo?

Chi è lì per piangere già lo fa da tempo, chi è lì per guardare di certo non lo fa per rispetto della morte di quella persona. Egli desidera, anzi, che questa muoia.

Lo trovo impensabile, e non ci credo che vedendola dibattersi, piangere o forse urlare e pronunciare le ultime parole, nessuno, lì, non senta un peso nel petto e la voglia di scappare. Un peso che fa sentire un po’ assassini, anche se non lo si è (almeno direttamente), solamente assistendovi.